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October 18 italiani brava gente: come t'ammazzo l'inviata...Il Caso Ilaria Alpi20 MARZO 1994 - A Mogadiscio, un commando somalo uccide Ilaria Alpi, inviata del Tg3 Rai, e l'operatore Miran Hrovatin, in Somalia per seguire la guerra tra fazioni che stava insanguinando il Paese africano e le operazioni militari lanciate dagli Usa con il nome di "Restor Hope", con l'appoggio di numerose nazioni alleate, compresa l'Italia, per porre fine alla guerra interna e ristabilire un minimo di legalità nel disastroso scenario somalo.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, due eroi che non avrebbero voluto esserlo, ma rimanere soltanto de giornalisti, con la passione per la notizia, per le storie da raccontare, per la verità.
E, infine, la domanda più importante: perchè Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi? Chi erano Ilaria e Miran. Ilaria e Miran erano prima di tutto due giornalisti, di quelli in prima fila la dove ci sono fatti importanti da racconatre. In Bosnia, durante la guerra civile negli anni 92, 93. In Somalia, durante la guerra civile, in cui si scontravano i signori della guerra. Somalia da cui si stavano ritirando le truppe americane e italiane della missione ONU. Ilaria aveva una “buona storia da raccontare” anche a Mogadiscio, cui arrivò il 20 marzo 1994, dopo 6 giorni a Bosaso. L'agguato: Mogadiscio, 20 marzo 1994, ore 15. Qualcuno chiama Ilaria all'hotel Amana, dall'altra parte della città. Occorre attraversare la zona verde, che separa le due fazioni in guerra: un'operazione rischiosa che si fa solo si si ha un buon motivo. Usciti dall'hotel Amana, una land Rover si accosta e …. qui iniziano le versioni contrastanti. Troppe versioni: dell'autista, della guardai del corpo. Una raffica per un rapimento finito male (come sostiene la relazione di maggioranza della Commissione bicamerale di indagine presieduta dall'avvocato Taormina, come sostiene l'imprenditore Giancarlo Marocchino, intervenuto sul posto tra i primi). Oppure una vera e propria esecuzione: con un colpo alla testa di Ilaria e Miran. Come sosterebbe il certificato medico stilato nell'obitorio (in una zona controllata dagli americani). Dopo l'agguato, nessuno si muove per soccorrere o intervenire: l'imprenditore Marocchino, come si è detto, tra i primi sul posto, sposta i corpi sulla sua jeep, e li trasporta in zona porto. Nessuno sequestra il pick up, gli oggetti dei due giornalisti. Nessuno si preoccupa di fare domande: c'era la guerra, si dirà. Eppure altri giornalisti, della ABC, della TV Svizzera riescono a fare delle riprese. Dove è l'ambasciata, dove sono i servizi, dove l'esercito? Gli oggetti scomparsi. Succede tutto in fretta. I corpi portati in Italia; nessuna autopsia (lì, in Somalia); nessuna inchiesta. Nel viaggio scompaiono alcuni taccuini di Ilaria e alcune cassette di Miran. Sparisce il rapporto medico degli americani e le foto dei corpi sulla Garibaldi. Le inchieste. Della loro morte si occupano due inchieste di Commissioni parlamentari: quella sul ciclo dei rifiuti (di cui si è parlato nella scorsa puntata) e quella Bicamerale dell'allora onorevole Taormina. Poi ci sono le inchieste della magistratura, su cui si sono succeduti tre diversi magistrati. Inchieste difficili per l'assenza di quelle operazioni necessarie sul luogo del delitto. Per le troppe testimonianze e per i testimoni che invece scompaiono o muoiono. Come l'autista Abdì. La perizia dell'ufficiale medico della Garibaldi parlava di due colpi sparati a distanza ravvicinata. La perizia della magistratura del 1996 (pm Pittito) parla invece di spari da lontano. Infine la perizia della Commissione Taormina che, sfruttando anche il ritrovamento dela Toyota dopo 11 anni, nel 2005, stabilisce che ad uccidere i due sono stati colpi di Kalashnikov. Il luogo del delitto. La Toyota, ritrovata da Taormina stesso dopo 11 anni: l'esame delle traiettorie dei colpi parla di spari da lontano. Convalidando la tesi del tentativo di rapimento. Peccato che una seconda perizia, del procuratore Franco Ionta, sul sangue ritrovato, stabilisca che quel sangue non è di Ilaria. Allora? Le ultime ore delle vittime. C'è chi afferma che Ilaria non sia uscita dall'hotel Amana, ma bensì dall'ambasciata italiana. Altri dicono che sia uscita dalla villa di Marocchino stesso. La polizia somala, indagando, segue una pista per cui ad invitare in quel posto i due giornalisti, sarebbe stato il signor Marocchino. Come sia, qualcuno avrebbe teso un'imboscata. Chi è Marocchino?: uno che conosce Mogadiscio e la Somalia. Il presidente della Commissione Taormina lo definisce un informatore del sismi (ma si bruciano così gli informatori?). Imprenditore finito sotto inchiesta nel 1997 dalla procura di Asti per traffico illegale di rifiuti tossici. Finiti sepolti nei cantieri somali. Cosa stavano facendo, in Somalia? Ilaria e Miran erano in Somalia per tre motivi. Il primo era un'inchiesta sugli sperperi e sulla malacooperazione tra Italia e Somalia: i miliardi di lire del F.A.I. (dal 1985), che fine hanno fatto? Giravano voci di pescherecci comprati con i soldi degli italiani, finiti in mano a provati somali e usati per il traffico di armi e rifiuti. Soldi spesi per costruire strade nel deserto, per finanziare il regime di Siad Barre, prima della caduta: eravamo negli anni di Tangentopoli e finalmente in Italia, dopo i governi di Craxi e del pentapartito, si voleva fare luce sugli scandali. Il secondo motivo era registrare la partenza dei militari italiani dalla Somalia. Infine l'intervista al sultano Mogor del Bosaso: di questa intervista, che sarebbe durata secondo i ricordi del sultano due ore e mezza, in Italia sono arrivati solo 20 minuti. Cosa si dicono Ilaria e il sultano, quali sono le domande e le risposte? Si sarebbe parlato delle navi della Scifco, passate dopo il crollo del regime di Siad Barrè da un privato, un certo Omar Said; del traffico di armi con l'Unione Sovietica e di rifiuti radioattivi. Persino il sultano del Bosaso si mostrava sorpreso dell'improvviso interesse degli italiani in quegli affari sporchi. Ilaria Miran erano andati a vedere l'autostrada Garoe Bosaso: anche qui giravano strane voci da verificare. Voci di rifiuti sepolti nelle cave di pietra vicino alla strada. Anche la Commissione rifiuti si sarebbe poi interessata a questa vicenda, e avrebbe poi cercato di acquisire tutti i materiali girati a Bosaso sia dai due giornalisti, sia da altri amici di Ilaria che dopo la loro morto volevano fare chiarezza sugli ultimi loro giorni. Eppure, dopo 15 anni, si sono mossi in pochi, poiché la zona è ritenuta ancora poco sicura. E il fatto che a dirlo sia la nostra intelligence, coinvolta anche nei misteri del caso Alpi, rende il tutto sempre meno chiaro. Perchè nel frattempo succedono cose strane. Il certificato di morte di Ilaria Alpi trovato nella villa dell'ingegner Giorgio Comerio, durante la perquisizione ordinata dal procuratore di Reggio Calabria F. Neri, per una indagine sullo smaltimento illegale di rifiuti perdere” Cosa ci faceva lì il certificato del dottor Armando Rossitto? Dopo il ritrovamento, il certificato scompare di nuovo. Quando il procuratore Neri deve essere sentito dalla Commissione Alpi nel 2005, scopre che dagli archivi della Procura molti scatolini e il certificato sono scomparsi. Del traffico di rifiuti ha parlato anche il pentito Francesco Conti: del ruolo della criminalità organizzata, della ndrangheta, delle navi della Scifco, donati da Craxi alla Somalia. Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici Per questo sono stati uccisi Ilaria e Omar? No, secondo la relazione di maggioranza della Commissione bicamerale di Taormina, i due giornalisti avrebbero trascorso dei giorni di vacanza a Bosaso e poi sarebbero finiti in mezzo ad un atto di banditismo. Non solo: Taormina parla di una centrale giornalistica di depistaggio, un complotto di informazione composto da giornalisti, magistrati e forze di polizia. L'avvocato Taormina ha fatto perquisire le case di giornalisti come Maurizio Torrealta. Che a loro volta parlano di atti intimidatori. Una conclusione, quella di Taormina, quantomeno contraddittoria: perchè uccidere i soli due italiani, e poi ucciderli, se li si vuole rapire? Il processo al capro espiatorio. Nel 1996, l'ambasciatore in Somalia parla di un possibile testimone dell'omicidio, un certo Jelle. Che prima parla di conoscere i sette membri del commando: poi al processo ne individua uno solo Omar Hashi Hassan. In Italia per testimoniare alla Commissione Gallo (sulle violenze in Somalia). Viene assolto in primo grado e poi condannato in Appello, condanna confermata dalla Cassazione nel 2002. E' lui l'assassino? Non crede alla colpevolezza né la Commissione Taormina né la magistratura di Roma. Nel 2007 il pm Ionta chiede l'archiviazione, respinta dal Gip Ciersosino. Si deve andare avanti a investigare nelle direzioni ancora non seguite: acquisire atti della Commissione parlamentare di inchiesta; fare le perizie sull'auto, fare le indagini in Somalia. Acquisire i rapporti dell'ONU, dell'Unosom, le fonti dei servizi. Seguire le piste del traffico di armi e rifiuti. Secondo l'avvocato Taormina, Ilaria e Miran sono diventati eroi perchè morti. Forse Ilaria e Miran avrebbero preferito essere giornalisti e basta: quello che non deve succedere è, come al solito, che diventino eroi, per essere santificati e poi dimenticati. Per la loro memoria e per lo sforzo per la giustizia dei genitori di Ilaria. Chi ha ucciso ilaria e miran?19 MARZO 2001
Presentato il libro "L'esecuzione", un'esclusiva inchiesta sul delitto in Somalia dei due giornalisti Le "menzogne" di Rajola sono le menzogne di un sistema che ha operato senza scrupoli, passando dal traffico di armi a quello di rifiuti tossici, utilizzando a fini niente affatto umanitari i soldi della Cooperazione. Proprio attraverso le navi della Cooperazione pare che avvenissero scambi illeciti fra esponenti dei servizi segreti militari, funzionari del nostro ministero degli Esteri e mercanti Internazionali. Intercettazioni telefoniche della Procura di Asti si stanno rivelando preziose ai fini dell'inchiesta sulla morte della giornalista e del cineoperatore. In una telefonata tra Faduma, figlia del generale Mohamed Farah Hassan Aidid, e un tale Ahada - sta scritto nel libro - la donna fa riferimento ad alcuni nomi, tra cui quelli di due italiani, affermando che «hanno ucciso la ragazza e il vecchio (Aidid, ucciso in circostanze mal chiarite). La ragazza morta e il vecchio sono stati eliminati da loro. Adesso io li ho coperti. Non ci conviene accusarli, lo faremo una volta che il nostro governo sarà riconosciuto. Non è conveniente, sono più forti di noi».«Il caso Alpi-Hrovatin come Ustica - ha detto ieri il segretario dei Ds Walter Veltroni -. Che fine hanno fatto gli appunti di Ilaria?» È lo stesso interrogativo che si pongono gli autori del libro. E cosa contenevano? L'ipotesi oggi più accreditata vuole che Ilaria e Miran fossero venuti a conoscenza di verità scottanti, come le prove documentali delle sovrafatturazioni che hanno finanziato i diversi traffici nascosti dietro la Cooperazione. «Perché - si è domandato ieri Gianni Minà, curatore il 23 luglio '98 di una trasmissione-chiave dedicata al caso Alpi - le valigie di Ilaria sono partite da Luxor sigillate e giunte a Roma aperte?» Anche quelle, cosa contenevano? Le indagini hanno accertato che Ilaria sia rimasta viva per almeno un'ora ed un quarto (Miran morì sul colpo) e che Giancarlo Marocchino, il faccendiere-autotrasportatore italiano a Mogadiscio, con il quale i nostri vertici concludevano rilevanti affari, con il suo radio-telefono chiamò il comando militare per chiedere aiuto. Il colonnello Giorgio Cannarsa lasciò correre. In una videocassetta-shock si sente Marocchino che dice: «Maledetti, non mandano nessuno perché hanno paura». Il 23 luglio '98, il giorno della trasmissione di Minà, Giovanni Montana, cappellano militare della nave Garibaldi in Somalia, ora cappellano del Quirinale, confessa di aver amministrato ad Ilaria l'estrema unzione. La giornalista, quindi, era viva. Ed era trascorsa oltre un'ora dall'attentato. Perché si è saputo solo a distanza di 4 anni e 4 mesi? C'è di più: nelle ore del delitto - e questo si legge nei registri di bordo della Garibaldi, dove poi fu trasportato il corpo di Ilaria - i soldati praticavano gare di pesca. Possibile che il comando militare non abbia ritenuto opportuno inviare immediatamente un medico a soccorrere Ilaria? «Quando il corpo di mia figlia - è ancora Luciana Alpi a parlare - è giunto a Ciampino, non era avvolto neppure da un lenzuolo. Era tanta l'urgenza di chiudere il caso. Ricordo ancora quel pomeriggio del 20 marzo del '94 passato in compagnia di Walter Veltroni e Sandro Curzi»
«La Commissione Gallo», dicono i genitori della giornalista uccisa a Mogadiscio nel 1994, «è stata solo un’altra speranza delusa». «L’opinione pubblica ci sostiene, ma dalle istituzioni abbiamo avuto solo indifferenza». «Perché sono spariti gli appunti e la macchina fotografica di Ilaria? Chi li ha presi?». Giorgio e Luciana Alpi stavano fermi al semaforo, una macchina li ha affiancati e il guidatore ha gridato: «Mi riconoscete? Non mollate, eh, non mollate!». Era Renato Zero. È successo pochi giorni fa, i genitori di Ilaria erano apparsi in televisione all’uscita dalla Commissione Gallo, le facce sconvolte nella ressa di giornalisti e fotografi. La Commissione, nominata per indagare sul "caso Somalia", era stata riaperta dopo le rivelazioni a sorpresa del maresciallo Francesco Aloi, e la più sconvolgente era una confidenza che gli avrebbe fatto Ilaria: «Non ho paura dei somali, ma degli italiani». L’8 settembre i commissari hanno sentito Giorgio e Luciana Alpi: i quali dall’incontro hanno ricavato solo amarezza e delusione, due sentimenti che li accompagnano, insieme al dolore, dalla morte della figlia, la giornalista del Tg3 assassinata a Mogadiscio, con l’operatore Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994. «La Commissione Gallo? Un’altra speranza delusa. Abbiamo ricostruito la vicenda raccontandone tutte le falsità, le omissioni, i documenti scomparsi. Nessuno ha fatto un verbale, i registratori erano volutamente spenti, e alla fine sa che cosa ha dichiarato il presidente Ettore Gallo?: "Gli Alpi hanno detto cose di contorno, la loro audizione è stata un gesto di umanità e cortesia"». La voce della signora Luciana si spezza, interviene il marito: «Cose di contorno? Gallo usa una metafora culinaria e io la completo: gli abbiamo fornito un primo piatto, altro che contorno. Potrebbe essere la conferma di quanto ha denunciato il maresciallo Aloi. Altro che "gesto di umanità e cortesia" nei nostri confronti, non l’abbiamo chiesto noi di essere ascoltati dalla Commissione. Nessuno dei commissari ha reagito alle dichiarazioni di Gallo. Non i generali Giambuzzo e Vitale, ma sono militari, si capisce. Però ha taciuto Tullia Zevi, e nessuna meglio di lei sa che cosa significa lottare per la giustizia; e anche Tina Anselmi, che pure ci aveva ascoltato sbalordita, incredula...». Ancora un’attesa delusa. Che cosa resta? «Il sostegno dell’opinione pubblica, l’affetto di chi ci scrive di andare avanti, e i fiori o i piccoli doni che troviamo sulla tomba di Ilaria. Dalle istituzioni riceviamo solo indifferenza, per non dire vero menefreghismo». Le voci di Luciana e Giorgio Alpi si alternano, mentre uno o l’altra tira fuori, dalle cartelle della loro imponente documentazione, una specie di grande archivio del dolore, lettere, documenti, ritagli di giornali, fotografie. Ci sono episodi recenti del "menefreghismo" di Stato: «Appena siamo venuti a sapere che un satellite americano poteva aver ripreso le fasi dell’agguato, fin dal maggio scorso abbiamo sollecitato il sottosegretario agli Esteri Rino Serri perché ottenesse dagli americani due cose: il filmato fatto dal satellite quel maledetto 20 marzo del 1994; il referto stilato dal medico della ditta Brown e Root di Houston, nelle cui celle frigorifere furono messi i corpi di Ilaria e Hrovatin. Serri non ci rispose. Si convinse a riceverci solo a fine luglio, dopo alcune lettere furiose che mandammo al ministro degli Esteri Dini. E che cosa ci ha detto Serri, dopo un silenzio di due mesi? Che sì, una lettera delle Nazioni Unite era arrivata al ministero già dal 20 maggio scorso, diceva che il satellite era stato in funzione, però le immagini risultavano poco chiare. E Serri ce lo comunica con due mesi di ritardo? Potevamo farle decrittare noi, le immagini, ci sono fior di esperti per questo, visto che il ministero se ne lava le mani». E la seconda richiesta, il certificato di morte del medico americano? «Ah, un’altra storia edificante. Il certificato non esiste più, e la scusa è che la ditta americana ha chiuso... Ma a che serve indignarsi?». Così esclama amaramente la signora Luciana, ma subito un’altra cosa la indigna: «Una delle ipotesi sulla morte di nostra figlia è quella di un attacco dei fondamentalisti islamici. Il colonnello del Sismi Bruno Raiola, oggi generale, è stato a Mogadiscio prima, durante e dopo la permanenza delle nostre truppe. Questo signore riesce a mettere insieme una sola idea: gli attentatori erano fondamentalisti islamici. Senza elementi, senza riscontri. Ma perché il Governo, perché Prodi, da cui dipendono i servizi di sicurezza, non gli impone di saperne di più, non lo mette di fronte alle sue responsabilità? I tre bloc-notes di Ilaria scomparsi nel tratto Mogadiscio-Ciampino, dopo che le due salme erano state prese in consegna dagli italiani, chi li ha presi? I fondamentalisti islamici? Ilaria parlava l’arabo come l’italiano ed era in buoni rapporti con i fondamentalisti, aveva organizzato incontri con loro. E proprio i fondamentalisti l’avrebbero uccisa?». Le domande si accavallano, e non c’è risposta. Questa è l’angoscia dei genitori di Ilaria: «La nostra paura è che il mistero della morte di nostra figlia e di Miran finisca nel limbo dei casi irrisolti, come Ustica, come Piazza Fontana». Gli chiediamo come hanno reagito quando è stato reso pubblico il memoriale del maresciallo Aloi, soprattutto davanti a quella tremenda confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto: «Non ho paura dei somali, ma degli italiani». «Subito c’è stato da parte nostra un rifiuto. Ci terrorizzava l’idea che Ilaria e Miran avessero pagato per le colpe dei nostri connazionali. Era una terza ipotesi, incredibile, dopo le prime due: la mala cooperazione e il traffico di armi su cui Ilaria stava facendo un’inchiesta, e un agguato degli integralisti islamici. Ma questa terza ipotesi-bomba, che Ilaria sia stata uccisa perché si apprestava a rivelare atti di violenza compiuti dai soldati italiani su uomini e donne somali, ci è apparsa meno incredibile quando abbiamo avuto due riscontri. Ilaria è stata a Mogadiscio sette volte, abbiamo controllato le date, e per 40 giorni la sua presenza ha coinciso con quella del maresciallo Aloi. Quindi l’ha conosciuto, perché lei conosceva tutti quelli del contingente. Il secondo riscontro sta in due foto che riprendono Ilaria mentre scatta fotografie con la sua piccola automatica, scomparsa anche quella, come tanti altri oggetti e carte che le appartenevano. Ti vengono i cattivi pensieri, forse ha fotografato cose che non doveva vedere e che coinvolgevano soldati italiani. Le rivelazioni di Aloi ci hanno messo in testa un tarlo: se fossero vere spiegherebbero molti comportamenti. Adesso fanno di tutto per denigrare Aloi, eppure è un maresciallo dei Carabinieri, figlio di un maresciallo dei Carabinieri e con altri due fratelli arruolati nell’Arma». Ilaria era una giornalista scrupolosa, tutto il suo lavoro al Tg3 lo dice. Perché non avrebbe mandato subito dei servizi sui presunti episodi di violenza? «Ci abbiamo pensato e la nostra conclusione è che aspettava di tornare da Mogadiscio per scrivere un libro, richiestole dalla Eri, l’editrice della Rai, sulla missione italiana in Somalia. Per il Tg3 raccontava con le immagini, e certo sulle presunte violenze immagini non ce n’erano, quel che poteva aver saputo sulle malefatte del nostro contingente forse l’aveva appreso di seconda mano. Nel libro avrebbe potuto scrivere tutto, dopo averlo verificato. Non aveva paura di dire la verità, Ilaria. Si scandalizzava per il razzismo dei nostri soldati, che trattavano i somali con disprezzo. Non sopportava di vederli fare il saluto romano e cantare "Faccetta nera" quando passavano davanti ai cippi o alle targhe dell’epoca fascista. Questo l’ha scritto anche sul suo diario, una delle poche cose che ci sono state restituite insieme al velo bianco che portava sempre con sé per coprirsi quando incontrava gruppi di musulmani o entrava in una moschea. Voleva fermarsi in Somalia anche dopo il rientro del nostro contingente, che avvenne quel 20 marzo, giorno della sua morte. Ci aveva telefonato due ore prima: "Se posso resto ancora, vorrei vedere le reazioni dei somali dopo la partenza degli italiani". Ma è rimasta intrappolata nell’agguato». L’agguato dei sette somali, mille domande senza risposta: «Perché ha deciso di uscire dal suo albergo dopo esservi appena rientrata, stanca, sporca, senza mangiare, alle 14.30 di un pomeriggio caldissimo? Perché la sua guardia del corpo proprio quel giorno stava male e lei dovette prenderne una che non conosceva? Perché è morta per un colpo in testa, come un’esecuzione, ed è morto anche Miran, mentre l’autista e l’uomo di scorta sono usciti illesi? Perché i militari italiani, subito informati, non hanno mandato sul posto un’ambulanza e un medico?...». >Una lettera del generale Perché, perché, perché...« Ah, c’è da tirarne fuori un romanzo dell’orrore». La signora Luciana scuote la testa, elenca una serie sconcertante di omertà, di menzogne: «Due mesi dopo la morte di Ilaria, abbiamo ricevuto una lettera del generale Carmine Fiore, ultimo comandante del contingente. Era una lettera piena di bugie, e quando l’ho detto in pubblico, Fiore mi ha denunciata per calunnia. Sono stata assolta in fase istruttoria, da tredici mesi aspetto l’appello e sto perdendo la pazienza: voglio che infine si dica se sono io a mentire o se invece mente il generale Fiore». Com’è la vostra vita, signora Luciana? «Viviamo solo per cercare la verità. Mio marito ha lasciato il suo lavoro di primario urologo, io passo l’intera giornata a rigirarmi in testa questa orrenda storia». E se arriverete alla verità, poi che cosa farete? «Il sacrificio di Ilaria e Miran non sarà stato inutile. Andremo al cimitero più tranquilli». Questa risposta viene dal professor Alpi, che salutandoci racconta una coincidenza sinistra. Il suo nonno materno, Filippo Quirighetti, fu ucciso a Lafolè, vicino a Mogadiscio, nel 1896. Come funzionario delle Finanze partecipava alla spedizione Cecchi, mandata dal governo per controllare il primo insediamento italiano in Somalia. Rimase vittima di un agguato, insieme ad altri tredici italiani, tra militari e civili. Ad essi è stato dedicato un cippo. Ilaria andò a vedere questo cippo e poi telefonò ai genitori: "Non vi preoccupate per me, noi alla Somalia abbiamo già dato", disse. Giorgio Alpi scuote la testa e mormora: «Si vede che non avevamo dato abbastanza».
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